Negli ultimi giorni mi sono fermata a riflettere molto su un tema che, per chi lavora oggi nelle aziende, è diventato quasi inevitabile: perché così tante persone capaci scelgono di lasciare l’Italia o di cambiare continuamente lavoro?
Questa riflessione nasce da un confronto che ho avuto con il CEO di una grande azienda tecnologica. Una persona che stimo molto, soprattutto per la sua capacità di leggere i problemi in modo diretto, senza semplificazioni.
Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la sua visione sul ruolo dei consumatori.
Secondo lui – e devo dire che condivido sempre di più – molte dinamiche partono proprio dal mercato.
Quando come clienti cerchiamo esclusivamente il prezzo più basso, le aziende si trovano a comprimere i margini e, di conseguenza, a ridurre investimenti, formazione e sistemi di incentivazione.
Il punto è che, nel tempo, questi tagli non restano solo nei bilanci.
Ricadono sulle persone che lavorano lungo tutta la filiera.
Ed è qui che nasce uno dei problemi più evidenti: chi resta in Italia molto spesso vede crescere poco il proprio stipendio e, ancora più spesso, non vede prospettive reali di sviluppo.
A quel punto le strade diventano quasi obbligate: guardare all’estero oppure spostarsi continuamente da un’azienda all’altra.
Entrambe le soluzioni, però, producono lo stesso effetto sulle imprese: la perdita delle persone migliori e un turnover sempre più alto.
Durante il confronto abbiamo parlato anche di un tema molto concreto e poco raccontato: il costo del lavoro.
Di quanto un’azienda spende realmente per una persona e di quanto, alla fine, rimane effettivamente in busta paga al dipendente.
Questo divario rende spesso difficile, anche quando c’è la volontà, riconoscere economicamente il valore delle persone.
Un altro punto centrale della conversazione è stato questo: la crescita professionale dei dipendenti non sempre coincide con le reali possibilità delle aziende.
Anche le imprese che vorrebbero investire di più sulle persone si trovano spesso a dover porre dei limiti sui costi.
E nella maggior parte dei casi, il primo ambito su cui si interviene è proprio quello legato al personale.
È per questo che, prima o poi, molti lavoratori sono costretti ad aprire gli occhi e a chiedersi se l’azienda in cui si trovano sia davvero in grado di sostenere la loro crescita.
Quando la risposta è no, diventa naturale cercare contesti più strutturati o più in linea con la propria dimensione professionale, molto spesso anche fuori dall’Italia.
Personalmente questo confronto mi è stato molto utile anche per rileggere il mio percorso.
Mi ha aiutata a capire quali domande è davvero importante fare durante un colloquio, come individuare aziende che siano coerenti con i miei valori e, soprattutto, come distinguere tra realtà che vedono le persone come un costo e quelle che le considerano un investimento.
Nella pratica, purtroppo, capita spesso che risorse valide vengano mantenute al livello retributivo minimo possibile.
E questo, inevitabilmente, alimenta il turnover, soprattutto tra i profili più giovani.
Durante la conversazione ho portato anche una mia preoccupazione personale: la ricerca di una posizione che mi permetta di crescere davvero, alla mia età, e il tema del genere, che ancora oggi, per molte donne, continua a incidere sulle opportunità professionali.
Mi ha colpito molto la sua visione su questo punto.
Considerare la maternità non come un problema organizzativo, ma come un investimento sociale, è un cambio di prospettiva che raramente si sente raccontare nel mondo aziendale.
Abbiamo parlato anche di divario generazionale.
Secondo lui, molte persone della nuova generazione sono ormai profondamente disilluse dal lavoro, mentre la generazione dei millennial conserva ancora una forte spinta verso il significato del lavoro, lo sviluppo delle competenze e la crescita personale.
Credo che la vera sfida, oggi, sia proprio riuscire a far dialogare queste visioni.
In chiusura siamo arrivati a una riflessione molto semplice, ma secondo me fondamentale.
Chi ha la possibilità di incidere sulle decisioni economiche e sulle strategie aziendali dovrebbe ricordarsi che aumentare davvero il potere di acquisto delle persone non è solo una scelta etica.
È una scelta di sostenibilità.
Perché senza persone che possono permettersi di vivere, consumare e progettare il proprio futuro, l’economia si ferma.
E quando si fermano le persone, prima o poi, si fermano anche le aziende.