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Stiamo inseguendo i risultati dei “sopravvissuti” chiamandola crescita

    Io, la palestra da dieci anni e il mito dei risultati rapidi

    Vado in palestra da quasi dieci anni.

    Non lo scrivo per vantarmi, ma per essere onesta.
    Dieci anni di allenamenti costanti, pause, ripartenze, momenti di entusiasmo e altri di totale frustrazione.
    Dieci anni in cui il corpo è cambiato, sì, ma non nel modo spettacolare che vedo ogni giorno scorrendo i social.

    E qui arriva il pensiero che, prima o poi, credo venga a tutte:
    com’è possibile che gli altri ottengano risultati così velocemente e io no?

    Il confronto che logora (soprattutto se silenzioso)

    Non è un confronto urlato.
    È sottile, quotidiano, quasi automatico.

    Apri Instagram.
    Vedi trasformazioni incredibili.
    Coach online che mostrano prima e dopo impeccabili.
    Caption che parlano di disciplina, costanza, mentalità vincente.

    E tu, che ti alleni da anni, inizi a dubitare.
    Non solo del tuo corpo.
    Ma di te.

    Forse non ti impegni abbastanza.
    Forse sbagli metodo.
    Forse sei tu il problema.

    I risultati dei “sopravvissuti”

    A un certo punto ho dato un nome a questa sensazione.

    Non stiamo guardando la media.
    Stiamo guardando i sopravvissuti.

    Il bias del sopravvissuto funziona così: vediamo solo chi ha ottenuto risultati evidenti, rapidi, vendibili.
    Non vediamo chi si allena da anni senza trasformazioni clamorose.
    Chi ha una genetica normale.
    Chi lavora, dorme poco, ha stress, priorità diverse.

    I social mostrano l’eccezione.
    Noi la scambiamo per la regola.

    Fitness, marketing e illusioni

    Il punto scomodo è questo: il fitness online non è solo allenamento.
    È marketing.

    È luce giusta.
    È posa giusta.
    È periodo di definizione scelto apposta.
    A volte è filtro.
    A volte è chimica.
    A volte entrambe le cose.

    E noi confrontiamo il nostro corpo reale, vissuto 365 giorni l’anno, con un corpo progettato per essere mostrato.

    Una partita persa in partenza.

    Quando anche la crescita personale diventa tossica

    Negli ultimi mesi ho notato un’altra cosa.
    Soprattutto guardando quello che sta succedendo negli Stati Uniti.

    Sta crescendo una vera e propria avversione verso la crescita personale.

    Non perché sia inutile.
    Ma perché è stata trasformata in una promessa vuota.

    “Se non cresci, è colpa tua.”
    “Se non migliori, non ti impegni abbastanza.”
    “Se non ottieni risultati, hai la mentalità sbagliata.”

    Lo stesso schema del fitness.

    La crescita personale, come l’allenamento, è diventata performativa.
    Deve produrre risultati visibili, rapidi, raccontabili.

    E se non lo fa, vieni percepita come fallita.

    Crescere non è sempre visibile

    La verità è che molte delle crescite più importanti non si vedono.

    Non fanno foto prima e dopo.
    Non diventano contenuti.

    Sono confini messi.
    Sono abitudini mantenute.
    Sono giorni in cui non molli, anche se non stai “migliorando” in modo evidente.

    Forse la domanda giusta è un’altra

    Non è:
    perché io non ottengo quei risultati?

    Ma:
    perché continuo a usare parametri che non tengono conto della mia realtà?

    Io continuerò ad allenarmi.
    Non perché prometta miracoli.
    Ma perché ormai fa parte di chi sono.

    E forse il vero atto di crescita, oggi, non è diventare più performanti.

    È smettere di misurarsi solo con i risultati dei sopravvissuti.
    E restare, con lucidità, nel proprio percorso.