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L’epidemia silenziosa: perché abbiamo smesso di amare quello che facciamo?

    Qualche mese fa ero a teatro per un evento di Marco Montemagno. A un certo punto, lui ha fatto una domanda semplice: “A chi di voi non piace il proprio lavoro e cosa ne pensa della soddisfazione lavorativa?”.

    Mi aspettavo qualche mano timida, un po’ di esitazione. Invece, si è alzato un bosco di braccia. La cosa che mi ha scioccata? Non erano solo dipendenti “incastrati” nel classico cartellino da timbrare; c’erano tantissimi imprenditori che non raggiungono la soddisfazione lavorativa.

    Ho sempre vissuto nel mito dell’imprenditore che ama la sua creatura per definizione. Invece, quella sera ho scoperto un mondo di persone che “ottimizzano il talento” in settori che rendono ma che non sognano, o che si sono ritrovati a gestire aziende per inerzia, trascinati dai numeri ma svuotati dalla passione e dalla soddisfazione lavorativa.


    Il paradosso delle professioni: architettura e “false” speranze

    Soddisfazione lavorativa: un obiettivo da perseguire

    La mia carriera è iniziata in un settore che amavo profondamente: l’architettura. All’epoca il lavoro non mi pesava, ma oggi, guardando indietro con lucidità, vedo un sistema profondamente distorto.

    Ero una delle tante “false partite IVA”. È un termine che legalmente dovrebbe far tremare le aziende, ma nel mondo degli ordini professionali è diventato la norma, quasi un rito di passaggio obbligatorio. Ti ritrovi a guadagnare il salario netto di un profilo non qualificato, lavorando però con ritmi estenuanti che sfociano regolarmente in serate e nottate in studio.

    Perché il sistema delle professioni sta fallendo?

    Il paradosso è quasi offensivo e si basa su tre pilastri tossici:

    • Il merito è un miraggio: Gli studi pretendono disponibilità totale e straordinari costanti a fronte di un compenso minimo.
    • Il vantaggio è unilaterale: Per lo studio sei solo un costo da scaricare dalle tasse; per te è un compenso che non permette né autonomia né futuro.
    • L’elitismo del sangue: Questo sistema sta svuotando le professioni. I giovani talenti senza paracadute economico scappano, lasciando spazio solo a chi ha “il padre con lo studio avviato”.

    Spesso lavoravo per titolari che non sapevano nemmeno cosa fosse il progetto su cui stavo consumando le mie ore. L’importante era produrre, mentre loro incassavano il valore della mia passione sottopagata. È stato questo a darmi la spinta per dire basta e cercare un luogo dove la mia competenza fosse misurata sui risultati, non sul sacrificio silenzioso.


    Cambiare lavoro e reinventarsi: dall’architettura al “codice”

    Ho capito presto che la passione non paga le bollette. Ho deciso di reinventarmi, investendo sulla mia formazione. Mi sono iscritta a corsi di marketing e programmazione HTML/CSS.

    All’epoca il software di riferimento era Dreamweaver (parlarne oggi, nell’era dell’IA, sembra preistoria), ma per me è stata la chiave della libertà. Quello che inizialmente ai colleghi architetti pareva tempo perso o un “hobby” fuori contesto, mi ha aperto le porte di una PMI.

    Sono partita dal data entry part-time con un’umiltà totale, ma con una fame diversa. Un corso dopo l’altro — spesso pagati di tasca mia — sono arrivata a guidare il reparto web. Vedere i numeri crescere e analizzare i dati tangibili della mia strategia era la mia nuova adrenalina. Finalmente il mio valore era misurabile e riconosciuto.


    Quando l’analisi dei dati rompe l’incantesimo

    Tutto è cambiato dopo la pandemia. Mentre frequentavo un master in e-commerce, ho costruito un file Excel per analizzare seriamente margini, spese e guadagni. I numeri, nella loro freddezza, dicevano una verità scomoda: il modello di business non reggeva.

    Ne parlai al mio capo, una persona capace e orientata ai numeri. La sua visione era che il sito dovesse essere un “motore di marketing” sostenuto dal mercato tradizionale. All’inizio la accettai come scelta strategica funzionale alla lead generation.

    Ma i numeri non mentono mai a lungo.

    Dopo un anno, con il calo post-pandemia, è arrivato il tracollo. La risposta aziendale? Tagli lineari, e-commerce bloccato e io “parcheggiata” nelle vendite — un settore che non ho mai amato.

    Il rischio dell’operatività senza crescita

    Oggi mi occupo di operations e problem solving. Sono brava, organizzo il lavoro degli altri e rendo tutto più fluido, ma è una trappola. Nell’operation pura non c’è visione, non c’è crescita. Gestire l’ordinario senza budget e senza stimoli mi sta lentamente spegnendo.


    Il mito della multinazionale vs l’isola dei freelance

    Guardandomi intorno, ho cercato risposte nelle grandi aziende. Pensavo: “Le multinazionali avranno percorsi strutturati!”. Invece, parlare con chi ci lavora è stata una doccia fredda: compartimenti stagni, specializzazione estrema che svuota di senso il lavoro e ambienti spesso tossici.

    Sembra che gli unici a sorridere siano i freelance, gli unici che possono scegliere (entro i limiti del mercato) di cosa occuparsi.

    Riflessione amara: Se vivessimo in una società dove le persone valorizzano il proprio talento, la produttività del Paese esploderebbe. Invece, siamo intrappolati in un sistema di stimoli al ribasso.


    Voi, dove siete?

    Sto riflettendo sul mio prossimo passo. Cerco un settore che riaccenda quella scintilla che avevo nello studio di architettura o durante i primi successi nel web marketing.

    Ma oggi voglio chiedere a voi: fate un lavoro che vi piace e vi appaga?

    • Se sì, come ci siete riusciti?
    • Se no, cosa vi trattiene dal cambiare?

    Aspetto le vostre mail per confrontarci su questo tema così urgente.


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